Pubblicato da: Giacomo | 8 febbraio 2009

Riprendiamo il cammino in compagnia d’un amico speciale…

Ivan Illich

Ivan Illich

In occasione dell’incontro durante il quale, poco meno di un mese fa, ho avuto il  piacere di rivolgermi ai partecipanti al corso, ho fatto riferimento ad un uomo, Ivan Illich, del quale vorrei invitarvi ad approfondire insieme il pensiero.
Per molti potrebbe sembrare che questa cosa non c’entri nulla con il corso.
Posso garantirvi che non è così: c’entra più di quel che ci si potrebbe aspettare. Certo,  Ivan non è stato un esperto di passamaneria. E’ stato, tuttavia, un grandissimo esperto di quella cosa senza la quale a nessuno verrebbe mai in mente di prendere in considerazione l’idea dedicarsi a un mestiere che rispetti, prima di tutto, il diritto alla libertà di poter lavorare senza svendere, per un piatto di lenticchie, la propria dignità di persone libere e dotate non solo di braccia, ma anche di personalità e capacità creativa.
Questa cosa si chiama rispetto per sé stessi e voglia di costruire le basi per un mondo migliore. Senza questo rispetto e questa volontà non potremmo mai affrontare le sfide che ci aspettano.
Comincio col pubblicare una breve nota biografica che ho tratto dal sito dell’Associazione Altraofficina.

Ivan Illich nasce a Vienna il 4 settembre 1926 da padre croato e cattolico, proprietario di terre che appartenevano da secoli alla famiglia nell’isola dalmata di Brazza, e da madre ebrea sefardita. La madre gli parla in inglese, tedesco e russo e il nonno è un rabbino.

Nel 1941 con la madre e i fratelli deve lasciare l’Austria a causa delle leggi razziali e si reca a Firenze (i suoi parenti italiani producevano il liquore “Maraschino”). Qui inizia l’università con studi di istologia, cristallografia, e per proprio conto studia psicologia e storia dell’arte. Nel 1943 comincia a Roma i corsi all’Università Gregoriana, risiedendo al Collegio Capranica. Ordinato sacerdote nel 1951 chiede di essere assegnato alla diocesi di New York e viene nominato viceparroco in una comunità portoricana del Lower Est Side a cui si dedica con grande passione. Si impadronisce della lingua e del mondo portoricano in pochi mesi e organizza la prima grande sfilata di strada dell’orgoglio portoricano. I suoi metodi e la sua intelligenza lo rendono da un lato molto ricercato e stimato e dell’altro osteggiato e diffidato.

Erich Fromm lo ha tra i suoi amici migliori, e Jacques Maritain gli chiede di sostituirlo a Princeton mentre è malato a tenere le lezioni su S. Tommaso d’Aquino. Nel 1956 è nominato prorettore alla Università di Portorico. Nel 1959, a 33 anni, diviene uno dei più giovani monsignori del tempo, ma nel 1960 lascia l’isola anche per la sua opposizione a un modello di chiesa locale “yankee” in una società latinoamericana che lo aveva portato allo scontro con la gerarchia cattolica del luogo e in particolare col vescovo di Ponce, James McManus, che aveva preso posizione in occasione delle elezioni locali.

Negli anni Sessanta John Kennedy e Giovanni XXIII lanciano una “crociata per lo sviluppo”, spingendo developpers, missionari e peace corp in America Latina. Illich capìsce che questo è un nuovo tipo, molto più perverso, di colonialismo che vuole distruggere dall’interno i sistemi culturali dei paesi del “terzo mondo” e omogeneizzarli all’idea roosveltiana “e tutta nordamericana recentissima” di sviluppo e progresso.

Tornato a New York diventa delegato per il settore ricerche del presidente della Fordham University. Dopo un lungo giro a piedi per il continente latino-americano sceglie Cuernavaca come luogo da cui organizzare la resistenza ai “missionari dello sviluppo”. Inventa una scuola di spagnolo per accogliere i “volontari della pace” per spiegare loro i danni di cui si fanno portatori. Illich ne rimanda a casa la metà giudicandoli inadatti all’impegno missionario, perché incapaci di liberarsi dai postulati del benessere consumista e della società industriale nordamericana. A Cuernavaca, insieme a Valentina Borremans, inventa il Cidoc un centro di interdocumentazione dove vengono raccolti da un lato enormi quantità di lavori sulle tradizioni popolari latino-americane e dall’altro dati e materiali sullo sviluppo delle grandi istituzioni mondiali nel campo dell’educazione, salute, economia.

Il Centro esercita una grande attrazione sui giovani sacerdoti prima, e successivamente su tutta la generazione degli anni ’60 e ’70 diventando uno dei punti più avanzati nel mondo sullo studio della modernità e dei problemi chiave della società occidentale. Una serie di seminari insieme ai massimi esperi di questi temi dà vita ad una critica radicale alle istituzioni da cui nascerà il libro Descolarizzare la società e poi la critica feroce alla medicina ufficiale Nemesi medica.

In un episodio mai completamente chiarito s’insinua nei rapporti fra Stati Uniti e Chiesa per salvare persone, fra cui dei preti, sottoposte alla tortura in regimi dittatoriali del sudamerica. Sfugge a più di un attentato e, dopo la morte del cardinale di New York Spellmann che aveva sempre nutrito una grande fiducia nella sua devozione e impegno, nel 1968, diventato troppo scomodo, Illich viene chiamato a Roma davanti al Sant’Uffizio per un processo da cui esce prosciolto, ma a causa delle sue critiche all’organizzazione istituzionale della Chiesa sulla rivista americana dei gesuiti gli vengono tolti i finanziamenti, dopo di che Illich taglia ogni legame fra il Cidoc e la Chiesa.

Nel gennaio 1969 il Sant’Uffizio vieta ai preti di seguire i corsi del Cidoc. Due mesi dopo, in una lettera aperta pubblicata dal “New York Times”, Illich rinuncia unilateralmente a tutti i suoi titoli, benefici e servizi ecclesiastici, smette di dire messa. Non chiederà mai la riduzione allo stato laico e mai sarà sospeso, ma rimarrà fino alla fine nell’elenco dei sacerdoti incardinati nella diocesi di New York. Pubblicamente non sarà mai più identificabile come “uomo di chiesa” anche se in privato la sua tensione morale e religiosa resterà fortissima. Non si potrebbe oggi capire il cammino che quest’uomo ha fatto non tenendo conto della complessità della sua formazione: teologo, storico, sociologo, linguista, economista, e dell’orizzonte morale che sottende tutto il suo lavoro.

Alla fin degli anni Settanta si occupa sempre più di “sistemi” che creano dipendenza e diventano controproduttivi: pubblica su Le Monde un famoso articolo Energia ed equità che apre la questione della crisi energetica legandola strettamente all’ipotesi perdente di una società che è schiava della velocità dei pochi. Illich diventa uno dei guru dei movimenti ecologisti e della critica alla società industriale. Negli anni seguenti si occupa di “Diritto alla disoccupazione creativa”, di analisi del sistema e dell’ideologia del lavoro. In Francia esce agli inizia degli anni Ottanta Le travail phantome (Seuil) che è un’analisi acuta e preveggente del settore informale come sistema che regge e consente l’economia formale, sfruttando e invadendo zone della vita che prima erano ambiti privati, parte delle relazioni primarie, comunitarie e vernacolari dell’esistenza. È il primo grande abbozzo del lavoro che svilupperà negli anni Ottanta: la critica all’invadenza dei sistemi di mercato retti da esperti e professionisti nelle sfere più intime della vita sociale. Fino a scrivere nel 1985 Gender and sex, un libro scandaloso, in cui da storico ricostruisce il modo con cui il capitalismo ha distrutto la differenza (culturale e radicale) tra uomini e donne per inventare il mito del lavoratore e consumatore neutro. Il libro desta la reazione violentissima del femminismo americano ed è accolto in tutto il mondo con censura e sospetto. Negli ultimi anni il lavoro di Illich si arricchisce e approfondisce, pescando nel dodicesimo secolo evidenze di un mondo in cui era ancora presente la «proporzionalità» che le stesse istituzioni create dalla Chiesa cattolica e poi prese in prestito dallo Stato e dalla società civile contribuirono a distruggere. Il lavoro su Ugo di San Vittore, Nella vigna del testo, ne è un prezioso tassello. Da qui si riapre per Illich una nuova stagione di critica alla istituzionalizzazione della vita sociale e quotidiana.

Negli ultimi anni Illich insegnava per una parte dell’anno a Brema, in Germania, e continuava a essere presente in altri centri di ricerca, come Penn State in Pennsylvania, ma anche Bologna e altri luoghi dove ha amici e seguaci. Il suo metodo di lavoro era più simile a una stoà dell’antica Atene che a una vita accademica: un gruppo di fedeli giovani ricercatori, di adulti studiosi e di vecchi amici lo circondavano e lo seguivano. Illich chiedeva alle università o ad amici, un luogo dove vivere insieme ai suoi e dove svolgere dei seminari pubblici. Così i momenti esterni si intrecciavano ai momenti interni di riflessione, dialogo, ricerca.

Da anni Illich perseguiva con i suoi amici e allievi una ricerca sulla «proporzionalità» intesa come una specie di «senso comune», di maniera di sentire e di pensare che consentiva non soltanto la convivenza ricca e interessante delle comunità umane, ma lo sviluppo delle arti liberali e delle arti vere e proprie.

Non è morto del cancro alla faccia che gli ha tormentato il trigemino per quasi vent’anni ma in pochi secondi, probabilmente di un arresto cardiaco, con accanto le carte del lavoro che stava ultimando.

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