Pubblicato da: Giacomo | 11 novembre 2008

Il simbolo di “infinito” è un nodo celtico?

escher-asc-and-descendingsmScrivo questo post prendendo spunto da una domanda che mi è stata posta dalla Signora Tamara Moncelli in un suo commento, del quale, peraltro, colgo l’occasione per ringraziarla.
La Signora Tamara chiede: “Il segno dell’infinito è un nodo celtico?”
Rosaria, che mi conosce bene, sa che fare una domanda del genere a me equivale a invitar la lepre a correre, o ancora (e forse meglio), il matto a fare alle sassate…

E infatti eccomi qui, a proporre alla Signora Tamara e a tutti voi la lettura della risposta.
Cominciamo dall’inizio. Nel linguaggio dei segni matematici, quello dell’infinito è sicuramente uno dei più belli, sia per la grafica sia per il richiamo ad una dimensione che possiamo solo immaginare. Questo simbolo ha l’indiscutibile merito di introdurre, dunque, nel linguaggio matematico una nota di poesia, di fantasia e di mistero. I matematici sanno bene che la matematica è soprattutto “fantasia”, e che non solo il detto “la matematica non è un’opinione” è del tutto falso, ma che, addirittura, la matematica è il più vasto, complesso e ricco “sistema d’opinioni” che l’uomo abbia mai creato.

Ma torniamo all’infinito ed al suo simbolo: Kurt Goedel, il più grande logico del novecento, amico e collega di Albert Einstein all’Istituto di Studi Avanzati di Princeton, associò la propria scoperta del “teorema d’incompletezza” a un’intuizione puramente intellettuale dell’infinito.

Douglas Hofstadter, vincitore del Premio Pulitzer nel 1980 col celebre “Godel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante” elabora, intorno a questa intuizione di Goedel, un’ampia e articolatissima risposta ad una domanda centrale: “Le parole e i pensieri seguono regole formali o no?”

Questo breve accenno solo per dire quanto sia importante e profondo in matematica il concetto di infinito che, al pari (e forse ancor più) di quello di “zero”, squarcia il velo che impedisce alla mente di aprirsi al mistero, al trascendente e dà un senso strardinariamente ricco e pieno di significati non solo al pensiero matematico, ma al pensiero stesso, che sulla base logico-matematica si articola, cresce e si sviluppa portando l’uomo a superare i limiti della propria natura fisica, che imprigionata in una dimensione “finita” lo porta a soffrire in modo permanente di una sete d’infinito, come il cervo del salmo, che “anela al corso delle acque”. Una sofferenza, questa, che può sfociare in comportamenti molto diversi fra loro: dal pessimismo di quanti ritengono che si tratti di nient’altro che un’illusione, all’esaltazione di chi pensa che sia la prova, o quanto meno il “segno” dell’esistenza del “soprannaturale”.

Insomma l’ “infinito”, o meglio, l’intuizione dell’idea d’una dimensione infinita, rappresenta per la nostra mente uno stimolo dinamico ad “agire” a cercare risposte, ad esplorare zone sconosciute della realtà.

Il simbolo che lo rappresenta è il seguente:

infSe ne attribuisce l’introduzione, nel linguaggio simbolico matematico, al matematico inglese John Wallis (1613-1703).
Viene considerato “un otto rovesciato” e lo troviamo inciso nel mausoleo della Cornac’s Chapel a Rocca di Cashel, in Irlanda. E’ un simbolo celtico per eccellenza e chiave di lettura dell’infinito, della ciclicità delle cose e della reincarnazione, in cui i Celti credevano fermamente.
Se lo analizziamo, è possibile renderci conto di una cosa: la sua struttura ricorda quella del “Nastro di Moebius“.
August Ferdinand Moebius (Schulpforta, 17 novembre 1790 – Lipsia, 26 settembre 1868) è stato un matematico e astronomo tedesco, la cui notorietà è dovuta principalmente alla scoperta del nastro di Möbius, una superficie bidimensionale che, immersa in uno spazio tridimensionale euclideo, presenta una sola linea di bordo e una sola faccia. (da Wikipedia)

Il “Nastro di Moebius” è una figura geometrica straordinaria, che esprime, mediante la sua cosidetta “superficie non orientabile” il concetto di infinito in modo talmente forte da essere stata oggetto di numerose “incursioni” artistiche (M.C. Escher), letterarie (Armin J. Deutsch, “A Subway named Möbius” e Julio Cortàzar, “Tanto amore per Glenda“) e persino cinematografiche (Gustavo Mosquera R., “Moebius“, che è una trasposizione cinematografica del racconto di Deutsch.  Il nastro di Möbius è stato accostato da alcuni critici, fra i quali Enrico Ghezzi, alla struttura di alcuni film di David Lynch: i protagonisti di Mulholland Drive e Lost Highways, in particolare, si trovano a rivivere scene già vissute, ma con i ruoli interscambiati, proprio come se si muovessero all’interno del nastro di Moebius.).

Vediamola nella sua versione “artistica” che ci viene proposta da M.C. Escher:

escher_moebius-sm

A Cantù nel 2003 è stato inaugurato questo monumento, che s’intitola “Nastro di Moebius”:

nastro-di-moebius2

Riportiamo dal sito della città di Cantù

“(…) il Nastro, che per storia tanto ha coinvolto gli artisti e le istituzioni della nostra Città, è divenuto il simbolo del nostro territorio e tradizione per identificare il Sistema Cantù Brianza Design.”

Di origine, dunque, certamente anche celtica non è, tuttavia, possibile annoverarlo nella categoria dei “nodi”, in quanto del “nodo” propriamente detto non ha la struttura.

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Responses

  1. grazie, nel percorso del conosci te stesso nel realizzare la nostra vita a opera d’arte inciampo nella idea dell’infinito nel fluire degli avvenimenti del prima del poi e dell’oltre, riesco solo nel vivere emozioni. Nella mia confusionale ricerca non riesco a togliere, accumolo ma la verità e dentro di noi ?

  2. E sta per finire.
    No, non è ancora finito, deve ancora finire,
    ma sta per finire;
    forse lentamente, o forse in un attimo;
    e mi sento precipitare, precipitare…
    in un aria gelida, opaca, silenziosa.
    Non è ancora finito, deve ancora finire,
    ma sta per finire.

    J. J.

    al mio gruppo e a chi vi ruota intorno.


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